mercoledì 15 luglio 2009

Trainspotting


Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?




Sbatte le ali,
Stanca.
Intutilmente spera
Mentre si spengono i suoi colori
Su di una terra a lei sconosciuta.
L' aria non sarà più la sua grazia.
Una leggerezza ormai perduta.
Il suo primo giorno,
Ultimo giorno.
Si distende sul terreno
Consapevole di aver vissuto . . .
Il suo dolore è ora tramutato in arte.
La sua fine .
Immobile .
Sola .

La boccetta

So pungenti profumi che non trovano stallo
che li rinserri: pare che buchino il cristallo.
Quando una teca s'apre, ch'è dall'Oriente giunta,
la cui toppa con stridulo lungo lagno s'impunta,

o in una casa vuota, polveroso e tarlato,
uno stipo che esala un tanfo di passato,
vi si trova una memore vecchia fiala, talvolta,
da cui vivida erompe un'anima sepolta.

Mortuarie crisalidi, mille sogni e pensieri
dormivan nella tenebra con palpiti leggeri,
e ora aprono l'ali, balzano verso l'alto,
tramati d'oro, tinti di rosa e di cobalto.

Ecco nell'aria inquieta volteggia in lenti giri
ebbro il ricordo; gli occhi si chiudono; il Delirio
coglie l'anima vinta, e la spinge a due mani
verso un abisso scuro di tutti i miasmi umani;

sul ciglio di un abisso secolare la stende,
dove, putrido Lazzaro che si strappa le bende,
il cadavere s'agita e si desta, spettrale,
d'un vecchio amore rancido, leggiadro e sepolcrale.

Così, quando si spenga di me ogni compianto
fra gli uomini, e buttato io rimanga in un canto
d'un qualche tetro stipo, vecchia fiala vischiosa,
lercia, squallida, sporca, polverosa, corrosa,

io sarò la tua bara, vezzosa pestilenza,
prova della tua forza e della tua violenza,
caro veleno offertomi dagli angeli, liquore
che m'uccide, tu vita, tu morte del mio cuore.